La Grande Guerra 1914-1918

 

 

BOLLETTINO DELLA GRANDE GUERRA

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Novità ed Iniziative in Italia e all'Estero

ANCHE L’ITALIA PRESENTE AL CONGRESSO DELLA CROCE NERA

Si è svolta recentemente in Austria l’assemblea generale della Croce Nera austriaca, associazione volontaristica impegnata nel mantenimento dei cimiteri militari e nel ricordo di tutti i caduti. Alla riunione erano presenti numerose rappresentanze ufficiali di vari stati europei che collaborano da anni con la Croce Nera. Quest’anno con la delegazione ufficiale italiana ha partecipato anche SE l’Ambasciatore d’Italia a Vienna Dott. Massimo Spinetti, accompagnato dall’Addetto Militare dell’Ambasciata Col. Stefano Petrassi. Era tradizionalmente presente anche quest’anno il Comm. Mario Eichta, rappresentante ufficiale in Italia della Croce Nera dell’Alta Austria e organizzatore degli Incontri italoaustriaci della pace a ricordo dei caduti e delle vittime civili della Grande Guerra, la cui 16 esima edizione si svolgerà domenica 5 ottobre nel cimitero militare monumentale di Arsiero.

ANCHE L’ITALIA PRESENTE AL CONGRESSO DELLA CROCE NERA

Nella foto da sinistra: l’Addetto Militare Col Stefano Petrassi, Eichta, Hans-Otto Weber per la Germania, Heinrich Scholl Presidente nazionale della Croce Nera, SE l’Ambasciatore Massimo Spinetti, Col. Friedrich Schuster e il Primo Maresciallo Diego D’Agostino, direttore del Sacrario Militare di Cima Grappa.

 

LA CHIESA DI SANTA ZITA TORNA AD UNIRE

La vecchia chiesetta di Santa ZitaÈ fissata per domenica 17 agosto l’apertura al pubblico della storica chiesetta di Santa Zita in Vezzena, un icona del passato torna a splendere, testimonianza di intesa tra i popoli, tra passato e presente, tra guerra e pace. "Abbandonata dall'incuria, sconsacrata e ridotta a solo qualche rudere, la chiesa di santa Zita a Vezzena, è stata ricostruita a novant'anni dalla sua inaugurazione avvenuta il 15 agosto 1917 alla presenza dell'imperatore Carlo d'Asburgo. E ciò perché, le bellezze naturali dell'Altopiano delle Vezzene non coprano, per sempre, il dolore di oltre 100 mila morti di assurdi combattimenti fra l'esercito austro-ungarico e quello italiano”. Questi richiami sono tratti dal libro scritto dal giornalista Marco Zeni e impreziosito da numerose foto (molte delle quali inedite) sulla prima guerra mondiale scattate lungo la piana del Basson e dintorni. A rendere possibile la ricostruzione sono stati i generosi alpini, della sezione di Trento, i Kaiserschützen e le penne nere delle sezioni vicentine, nel campo allestito dal nucleo volontari degli alpini della Protezione Civile. Lavori che hanno rispettato in tutto e per tutto il primitivo progetto dell'architetto boemo Albert Erlebach, ora rielaborato dall'ingegnere trentino Pierluigi Coradello. La volontà di ricostruzione è partita nella sede della sezione Ana di Trento, il 7 novembre 1996 e autorizzata dalla Parrocchia (titolare della chiesetta) e dall'Amministrazione Comunale di Luserna con il contributo anche del Comune di Levico Terme, coinvolto catastalmente e donatore del terreno.

Dal diario del progettista di allora tenente Erlebach, recuperato attraverso una ricerca e consegnato dai parenti, risulta che i lavori della chiesetta iniziarono il 15 maggio 1917 e l’inaugurazione avvenne il 15 agosto del 1917, festa dell’Assunzione, sotto il patrocinio dell’imperatrice Zita, consorte di Carlo Francesco Giuseppe di Asburgo Lorena successore di Francesco Giuseppe, morto il 21 novembre 1916.

La chiesa di Santa Zita era stata eretta sui resti di una precedente cappella alpina del 1660 dedicata a San Giovanni non molto distante da un capitello votivo, collocato in prossimità di un quadrivio a Monterovere. “Con tutta probabilità - scrive Marco Zeni – la Santa (protettrice delle domestiche e dei fornai) era molto radicata fra gli abitanti e gli abituali frequentatori degli Altipiani di Lavarone e Folgaria, giusto quindi che oggi torni ad unire il territorio delle Vezzene, sia sul versante trentino che quello veneto”.

La nuova chiesa di Santa ZitaI sanguinosi scontri del Basson avvenuti il 24 e 25 agosto del 1915 avevano indotto le autorità militari ad erigere nelle adiacenze un cimitero con oltre 200 caduti italiani e circa 500 austriaci. Grazie anche a questi trascorsi, nella prossima estate, gli alpini trentini i cui padri e nonni compirono il loro dovere sul fronte avverso, ricorderanno a passo Vezzena, vincitori e vinti affratellati da un anelito di pace e di concordia. La cappella sarà inoltre munita di una nuova campana donata dalla famiglia austriaca Spielmann la cui fusione ha animato una emozionante cerimonia tenutasi in aprile a Innsbruck. Alla manifestazione era presente una delegazione trentina degli alpini, Sieghard Camper funzionario della regione Trentino Alto Adige, il sindaco di Luserna, Luigi Nicolussi Castellan, tra i promotori dell’opera, l’assessore Roberto Vettorazzi in rappresentanza del sindaco di Levico Terme, l’assessore Maria Pace per il Comune di Lavarone, unitamente all’Abate vescovo di Innsbruck che ha benedetto la campana appena fusa presso l’antica fonderia Grassmayr. La consegna ufficiale della chiesetta è fissata per domenica 17 agosto, per l’occasione il Comune di Luserna allestirà una mostra fotografica della pieve, con immagini storiche e relative alla sua ricostruzione.

G.D.F.

 

SCOMPARE L'ULTIMO VETERANO FRANCESE DELLA GRANDE GUERRA

Era nato a Bettola, in provincia di Piacenza.
Combattè nelle Argonne e sul fronte italiano con gli alpini

Lazare Ponticelli, ultimo veterano francese della Grande GuerraRestano in tredici. Con la scomparsa di Lazare Ponticelli, sono soltanto 13 in tutto il mondo i veterani ancora viventi che hanno combattuto nella prima guerra mondiale. Lazare Ponticelli, 110 anni compiuti lo scorso 7 dicembre, era l'ultimo veterano francese della Grande guerra, uno dei tanti "poilu" (così venivano chiamati i fanti in Francia) che hanno combattuto nelle trincee fangose della Marna e a Verdun. Solo che era italiano. Lazare era nato a Bettola, in provincia di Piacenza, ai tempi di re Umberto I, dove venne battezzato con il nome di Lazzaro.

Un'infanzia durissima e poverissima quella di Ponticelli, in una zona dell'Appennino dove si faceva davvero la fame. Tanto che la madre lasciò il marito con il solo Lazzaro, ed emigrò in Francia portandosi appresso gli altri tre figli. All'età di 9 anni arriva a Parigi anche lui alla Gare de Lyon, dove resta tre giorni e tre notti senza mangiare finché viene soccorso da un capostazione che lo porta in un posto frequentato dagli immigrati italiani. All'età di 16 anni si arruolò nella Legione straniera e, dopo un periodo in Algeria, venne mandato in prima linea nelle Argonne. Ma nel maggio 1915 l'Italia entra in guerra, l'esercito italiano si ricorda di lui e lo richiama. Viene arruolato negli alpini e spedito a combattere al fronte contro gli austro-ungarici. L'anno dopo viene ferito alla testa e rimane in ospedale militare a Napoli sino alla fine del conflitto.Nel 1921 torna in Francia e fonda con i fratelli una piccola azienda di costruzioni di caminetti che con il tempo diventa una rinomata società internazionale nel campo delle perforazioni petrolifere. La Francia gli ha assegnato la Legion d'onore e la Croce di guerra, per l'Italia è Cavaliere di Vittorio Veneto. Lo scorso dicembre anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, gli aveva inviato un messaggio di auguri in occasione del suo compleanno.

Ora i reduci della Grande guerra restano in tredici: due in Italia (Delfino Borroni e Francesco Domenico Chiarello, entrambi di 109 anni), uno in Germania, tre in Gran Bretagna, due negli Usa, uno in Turchia, uno in Canada e tre in Australia.

 

Intervista a Giovanni Lafirenze, “Sminatore specializzato”

Il brilamento di un residuatoGiovanni Lafirenze nasce a Bari il 5 Settembre del 1959. Compiuti i sedici anni parte come volontario alla Scuola Allievi Sottufficiali di Viterbo. Dopo la specializzazione di operatore Ponti Radio viene distaccato presso la Caserma Cadorna di Bolzano. Nel 1983 decide di offrire una poderosa svolta al suo tracciato professionale. A malincuore, si separa dalla propria divisa, da quelle mostrine da Geniere che ha sempre ammirato, e si lascia coinvolgere da un nuovo mestiere: il cercatore di bombe, a permetterglielo è la BO.CA.MI. di Milano, una ditta specializzata in recupero bellico, sia in terra che in mare. Dopo anni trascorsi in giro per l’Italia a bonificare i terreni dagli ordigni esplosivi, segue uno specifico corso dove consegue il brevetto di “rastrellatore da mine”.

Nel 2002 Lafirenze è assistente tecnico B.C.M., nel frattempo presta la sua opera presso altre ditte, specializzate anch’esse nel recupero ordigni inesplosi, conosce altri colleghi, ma la sua vita non cambia, almeno fino al 13 Novembre del 2004 quando subisce un grave incidente, che lo costringe lontano dai cantieri per quasi un anno. In quei tragici mesi, decide di scrivere un libro “La Mia Bonifica”, che a suo giudizio deve rappresentare un messaggio d’amore al suo ambiente, e uno strumento-vetrina che permetta ai lettori di addentrarsi in un lavoro poco considerato dall’opinione pubblica. A distanza di 12 mesi riprende a confrontarsi con la guerra sepolta e le sue bombe. Intanto “La Mia Bonifica”, ottiene discreti successi. L’autore è chiamato in diverse circostanze a sostenere conferenze su questo “nuovo” tema. Conseguentemente alla disgrazia avvenuta domenica 20 gennaio ad Asiago abbiamo chiesto a lui di esternare alcune considerazioni sul tema “recupero”.

Ci risiamo. La Grande Guerra sembra non aver terminato la sua missione di morte.
Ancora una volta abbiamo voluto sfidare un vecchio residuato bellico, ma in cambio riceviamo una sconfitta unta di sangue.  Un uomo muore all’interno del garage della propria abitazione, mentre tenta di “ripulire” un ordigno del primo conflitto mondiale. Volendo inseguire qualche perché, difficilmente potremo ottenere risposte in grado di giustificare il ripetersi di tragedie quasi annunciate e purtroppo poco valutate”.

Un tempo “il recuperante” era un vero e proprio mestiere, oggi si muore per hobby.
Si è Giusto, molti nostri connazionali nel primo dopoguerra, per mezzo del recupero e la conseguente vendita dei numerosi ordigni bellici, riuscirono a soddisfare le urgenti esigenze delle proprie famiglie, e non solo. Oggi “miseria, povertà, bisogno e fame” non possono essere considerate, motivazioni adatte alla spiegazione dell’accaduto d’Asiago. Alla stessa maniera sono sicuro che tutti siano a conoscenza del pericolo, che si crea nel maneggiare residuati bellici
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 Nelle zone a ridosso del fronte la necessità portò alcuni ad una competenza degna degli artificieri professionisti.
Quante volte ho ingoiato citazioni tipo: «Quell’uomo è un vero esperto».  Ma mi sono sempre chiesto: come si ottiene la patente d’esperto? Ogni granata sia della Prima, che della Seconda guerra mondiale costituisce un’unica diversa minaccia, e pensare solo di maneggiarla diventa un viaggio al fianco di un pericolo incalcolabile. Proviamo per un attimo attraverso l’aiuto dell’immaginazione a seguire il percorso di un ipotetico «abile autodidatta»: lo vedremo «caricare all’interno della sua auto il residuato bellico per trasportarlo altrove». Questa manovra, ovviamente aumenterà vertiginosamente aggressive sollecitazioni, che colpiranno la granata, ma ancora peggio durante trasporto e tragitto, coinvolgerà numerose persone all’oscuro di incrociare un’automobile carica di tritolo, pronto ad esplodere in qualsiasi momento del viaggio. Ma questo per fortuna non avviene. Ora il sedicente «esperto» è giunto a destinazione.  Lo notiamo scendere dall’auto e avviarsi verso il bagagliaio, custode dell’oggetto. Con cura solleva la granata e dolcemente si avvia verso il luogo da lui scelto perchè sicuro e idoneo alle sue necessità. Ovviamente il trasporto della granata è manuale. Il possessore della «Patente da esperto», conosce, a suo dire, benissimo l’ordigno e ha già stabilito che questo non è pericoloso. Lo trasporta evitandogli urti in ogiva o nei pressi della spoletta, che ha già pulito. Ma anche quest’ultima azione può rivelarsi un errore e spiego perché: pulire l’ogiva per riconoscere la spoletta è un’operazione drammatica in quanto si disturba un meccanismo che riconosceremo solo a fine operazione.Giovanni Lafirenze all'opera

 In questa fase la vita del signor ”Esperto” è soggetta al meccanismo della spoletta. Infatti se la pulisce significa che è sporca quindi è completamente all’oscuro di cosa stia sfregando, ma soprattutto ignora del tutto le condizioni chimico/meccaniche del congegno. Ma non perdiamo di vista il nostro uomo. In questo momento vediamo che ha posato l’ordigno su di un piccolo tavolo di legno e tenta di spolettare l’ordigno bellico.

 Ora la sua vita appartiene alla sua stessa azione sulla spoletta, che sia a tempo ad urto o entrambi i funzionamenti, non bisogna mai dimenticare che questa contiene: un detonatore primario carico      d’esplosivo molto sensibile ed instabile, collegato ad un detonatore secondario inserito all’interno della carica esplodente della granata. Il seguito è cronaca, dal momento che spesso tutto termina con lutti e disperazione”.

Si dovrebbe trarre insegnamento dall’ultimo tragico evento accaduto ai Pennar.Sarebbe auspicabile. desidero terminare, quest’amaro commento destinando un piccolo pensiero, ma colmo d’amore ai famigliari della vittima ed un abbraccio a tutti i recuperanti della Città d’Asiago, ricordando Loro una volta di più, che in questo lavoro la patente d’esperto non appartiene a nessuno, (non la possiede neanche chi scrive), e che le granate non vanno mai toccate, anzi immediatamente segnalate ai Carabinieri di zona”.

Giovanni Dalle Fusine

 

TRA LE ALI DELLA MORTE
di Giovanni Lafirenze

Ci risiamo: ancora una volta abbiamo voluto sfidare un vecchio residuato bellico, ma in cambio riceviamo una sconfitta unta di sangue. Un uomo muore all’interno del garage della propria abitazione, mentre tenta di “ripulire” un ordigno della Grande Guerra. Volendo inseguire qualche perché, difficilmente sapremo ottenere risposte in grado di giustificare il ripetersi di tragedie quasi annunciate e purtroppo poco considerate.

E’ vero, molti nostri connazionali nel primo dopoguerra, per mezzo del recupero e la conseguente vendita dei numerosi ordigni bellici, riescono a soddisfare le urgenti esigenze proprie famiglie, e non solo. Oggi “miseria, povertà, bisogno e fame” non possono essere considerate, motivazioni adatte alla spiegazione dell’accaduto d’Asiago. Alla stessa maniera sono sicuro che tutti siano a conoscenza del pericolo, che si crea nel maneggiare residuati bellici. Quante volte ho ingoiato citazioni tipo: “Quell’uomo è un vero esperto”. Proiettili di bombarda da trincea

Ma mi sono sempre chiesto: come si ottiene la patente d’esperto? Ogni granata sia della prima, che della seconda guerra mondiale costituisce un’unica diversa minaccia, e pensare solo di maneggiarla diventa un viaggio al fianco di un pericolo incalcolabile.

Signori, ora attraverso l’aiuto dell’immaginazione seguiamo il percorso di un ipotetico “Esperto”: Lo vedremo “Caricare all’interno della sua auto il residuato bellico per trasportarlo altrove”. Questa manovra, ovviamente aumenterà vertiginosamente aggressive sollecitazioni, che colpiranno la granata, ma ancora peggio durante trasporto e tragitto, coinvolgerà numerose persone all’oscuro di incrociare un’automobile carica di tritolo, pronto ad esplodere in qualsiasi momento del viaggio.

Ma questo per fortuna non avviene. Ora il sedicente “Esperto” è giunto a destinazione”. Lo notiamo scendere dall’auto e avviarsi verso il bagaglio, custode dell’oggetto. “Con cura solleva la granata e dolcemente si avvia verso il luogo da lui scelto perchè sicuro e idoneo alle sue necessità”. Ovviamente il trasporto della granata è manuale. Il possessore della “Patente da esperto”, conosce benissimo la granata e ha già stabilito che questa non è pericolosa. “La trasporta evitandole urti in ogiva o nei pressi della spoletta, che ha già pulito”.

Ma anche quest’ultima azione è stata un errore e spiego perché: Pulire l’ogiva per riconoscere la spoletta è un’operazione drammatica in quanto si disturba un meccanismo che riconosceremo solo a fine operazione. In questa fase la vita del signor ”Esperto” è soggetta al meccanismo della spoletta. Infatti se la pulisce significa che è sporca quindi è completamente all’oscuro di cosa stia sfregando, ma soprattutto ignora del tutto le condizioni chimico/ meccaniche della spoletta. Ma non perdiamo di vista il nostro uomo “In questo momento vediamo che ha posato l’ordigno su di un piccolo tavolo di legno e tenta di spolettare l’ordigno bellico”. Residuati bellici della Grande Guerra

Ora la sua vita appartiene alla sua stessa azione sulla spoletta, che sia a tempo ad urto o entrambi i funzionamenti, non bisogna mai dimenticare che questa contiene: un detonatore primario carico d’esplosivo molto sensibile ed instabile, collegato ad un detonatore secondario inserito all’interno della carica esplodente della granata.

Desidero terminare, quest’amaro commento destinando un piccolo pensiero, ma colmo d’amore ai famigliari della vittima ed un abbraccio a tutti i recuperanti della Città d’Asiago, ricordando Loro una volta di più, che in questo lavoro la patente d’esperto non appartiene a nessuno, ( non la possiede neanche chi scrive), e che le granate non vanno mai toccate, anzi immediatamente segnalate ai Carabinieri di zona.

 

CONTINUANO I RITROVAMENTI DI ORDIGNI BELLICI
LASCIATI INESPLOSI SUL FRONTE DELLA GRANDE GUERRA

Ultima in ordine di tempo è la segnalazione di Giovanni Lafirenze che lavora quotidianamente a contatto con la realtà della Bonifica Campi Minati. Si tratta di 2 grosse bombe rimaste sepolte per circa 90 anni e venute alla luce durante i lavori di sistemazione di un torrente in provincia di Gorizia, lungo la strada per Cormòns.
(Quello che segue è l'articolo tratto dal Messaggero Veneto del 1° marzo 2008.)

I lavori di recupero e bonifica di oggi...Sono state rinvenute due granate da obice da 240 millimetri (due pezzi lunghi quasi un metro) nel cantiere a Mossa per l’intervento di sistemazione idraulica e di inalveazione dei torrenti Cristinizza, Versa e Bisunta. Il ritrovamento è stato effettuato dalla ditta specializzata Biotto di Campo Nogara, in provincia di Venezia, che è stata chiamata dalla Vidoni, impresa appaltatrice dei lavori, per le operazioni di bonifica preventiva dai residuati bellici nei luoghi interessati dagli scavi e. Dopo il rinvenimento dei due ordigni della prima guerra mondiale, sono stati allertati i carabinieri della stazione locale. Tra qualche giorno arriveranno gli artificieri di Trieste per mettere in sicurezza l’area e smaltire le granate. Giovanni Lafirenze, consulente tecnico della Biotto, ha sottolineato che i due reperti, risalenti alla prima guerraGli ordigni inesplosi sul campo di battaglia di ieri mondiale, hanno un grande valore per i collezionisti e gli appassionati; le granate da obice si distinguono per la spoletta posteriore e non anteriore. Sul suo sito, www.biografiadiunabomba.it, Lafirenze, espertissimo dell’argomento, fornisce numerosissime informazioni sui vari tipi di ordigni che si possono rinvenire. “Si può fare un’analisi a vista sulla stabilità minima delle granate ma non si può mai avere una certezza- ha spiegato Lafirenze- non possiamo conoscere i congegni interni. Queste granate esplodevano con l’urto. Può darsi però che abbiamo colpito l’obiettivo ma con un’angolazione così ampia che non ha influito sulla spoletta. Una granata del Kossovo esplode a 8 mila metri al secondo, una di 90 anni fa a 3 mila metri al secondo. Si muore all’istante”.

Ilaria Purassanta

 

 

A 90 anni dalla fine della Grande Guerra
si torna a parlare di vittime per lo scoppio di ordigni bellici.

ordigni bellici della Grande GuerraAsiago, domenica 20 gennaio ore 16,50, contrada Pennar. Una tremenda esplosione uccide il 49enne Antonio Pertile, appassionato di recupero residuati bellici. Il botto scuote l’abitazione soprastante il garage e mette in allerta tutto il quartiere. Accorrono i parenti, sul luogo giungono Pompieri e Carabinieri, ai sanitari altro non resta che constatare la morte dell’uomo. Questa la scarna cronaca del fatto.

Nel 2008 morire per lo scoppio di un ordigno della Prima Guerra Mondiale risulta anacronistico; a 90 anni dalla fine del conflitto, a 5 e più decenni dallo ”stato di necessità” che istigava gli altopianesi ad “andar per ferri”, viene lecita la domanda: che senso ha morire ancora per il disinnesco di una bomba? Il lavoro dell’artificiere oggi è coadiuvato da una miriade di attrezzature sofisticate volte a salvaguardare l’incolumità di chi opera il disinnesco, una attività utile quanto rischiosa. Robot radiocomandati, detonatori a distanza, giubbotti e scudi antischegge e bonifiche studiate a tavolino con Prefetture e autorità cittadine, mettono in sicurezza ogni intervento di chi è preposto a far brillare gli ordigni lasciati sul campo dalle guerre. Pertile, il recuperante con la passione per il metal detector, si considerava un esperto. Dal soprannome “Toni bomba” traspariva una riconosciuta famigliarità con l’esplosivo, suo malgrado siamo ancora qui a parlare di morti tragiche in un territorio che ha già dato tanto in termini di lutti nel Dopoguerra. L’aspetto del recuperante è stato abbondantemente trattato da libri e riviste, alla fine degli anni Sessanta un film portò alla ribalta cinematografica una realtà altrimenti circoscritta alle zone del fronte. I riferimenti sociali un tempo partivano dalla necessità di arrotondare le magre entrate economiche con la vendita di materiali ferrosi. Ora il bombarolo non è un robivecchi, egli cerca e raccoglie, e in certi casi ingaggia una sfida personale con il rischio. Parlare di personalità introversa forse è riduttivo, Pertile a detta di chi l’ha conosciuto era un tipo normale, forse un po’ sulle sue ma non per questo un personaggio negativo. Nemmeno il fatto di non essersi costruito una famiglia propria può essere usato per l’addebito di una imputazione e per l’accusa di una insofferenza sociale. Quando la deflagrazione lo ha strappato alla vita stava puntando una posta alta, incongrua col risultato rappresentato da un pezzo di ferro arrugginito, ma comunque giocava secondo le sue possibilità. Da una parte la bomba, dall’altra la sua passione alimentata da tanti anni di scavi e maneggiamenti pericolosi. A tradirlo è stato una presunta esperienza, mai sufficiente in questo genere di hobby. Possiamo trarre solo un monito dal funereo evento: indirizziamo l’interesse verso una nuova forma di ricerca, meno azzardata e forse più remunerativa dal lato del mero appagamento, puntiamo a raccogliere la documentazione storica di importanti momenti del nostro passato.

Molte trincee stanno scomparendo sotto il naturale peso degli anni, tra un secolo i ricoveri militari e i muri perimetrali dei tanti baraccamenti costruiti dagli opposti schieramenti saranno integralmente divorati dagli arbusti e da smottamenti franosi del terreno. Quindi, al posto del piccone, usiamo una macchina fotografica coadiuvata dalle tante letture storiografiche. Ci ringrazieranno i posteri, e chi il sangue lo ha versato per ordini venuti dall’alto, e daremo scacco ai tanti “ordigni dormienti” sulle linee di combattimento, che non dimentichiamo, furono forgiati per uccidere, per cancellare la storia, non per costruirla. Di morti quella Grande Guerra ne ha già fatti abbastanza.

Giovanni Dalle Fusine

 

Il Mistero del 15enne tra le fila dell'esercito Austro-Ungarico

Dalla nuda terra al tavolo anatomico di un ospedale

Il tavolo anatomico del patologPresso la sala riunioni dell’Ospedale civile di Vicenza si è tenuta recentemente una conferenza stampa in merito al Progetto di Recupero corretto dei soldati della Grande Guerra. Tra i relatori il patologo forense Andrea Galassi, Pasquale Poppa e Daniel Gaudio del laboratorio di antropologia di Milano, l’entomologo Stefano Vanin, il docente di Storia Militare Mario Mondini e l’archeologo patavino Andrea Betto.

Al termine della conferenza i relatori hanno invitato la stampa presso le sale dell’attiguo edificio di anatomia patologica, qui sono stati ricomposti gli scheletri di due soldati ritrovati recentemente sul fronte degli altipiani, unitamente agli oggetti che è stato ancora possibile raccogliere tra le spoglie mortali. Particolarmente toccante la vista della buffetteria, così come delle medagliette di Santi che avrebbero dovuto proteggere dal fuoco nemico nell’ultima fatale azione, e la scheggia che ha presumibilmente provocato la frattura cranica del soldato italiano rinvenuto sul monte Majo. Particolare delle buffetterie rinvenuteHa spiegato Galassi: “Dal 1988 ad oggi abbiamo avuto notizia di 43 corpi recuperati, e non è certo finita qui, basti pensare agli effetti del gran caldo di questi ultimi anni che ha fatto riaffiorare dai ghiacciai e dalle nevi i resti di italiani e austriaci, o ai 200 morti, in parte ancora sepolti sotto cumuli di sassi, causati dalla grande mina del monte Cimone. In genere dove si son verificati forti combattimenti, con grandi masse di uomini e un forte impiego di artiglieria pesante, vi furono centinaia, forse migliaia, di vittime, molte delle quali attendono ancora oggi di essere recuperate e, se possibile, identificate e restituite ad una dignitosa sepoltura negli ossari a loro dedicati. Tra gli obiettivi del nostro progetto vi sono l’identificazione dei caduti, lo studio della lesività dell’arma da guerra, loUno degli scheletri rinvenuti a Magnaboschi studio antropologico della popolazione dei due eserciti, la patologia spontanea e provocata nella popolazione militare durante la Grande Guerra."

I due scheletri adagiati sul tavolo anatomico hanno subito il medesimo studio approfondito dei resti rinvenuti nel cimitero di Val Magnaboschi durante il recente restauro della gradinata che porta all’altare. Per quanto riguarda le ossa di Cesuna possiamo affermare che riguardano più individui, sono stati isolati con certezza 4 uomini adulti, certamente rimescolati e confusi durante i lavori di traslazione al Sacrario di Asiago, inoltre qualche frammento risulta derivare da scheletri di animali selvatici. In particolare di un soldato si è riusciti a risalire all’età, mentre a breve con lo Stronzio 90, un rivelatore molto affidabile, potremo stabilire se si tratta di decessi relativi al primo o secondo conflitto mondiale. Interessante sotto molti profili l’esame di una delle 5 salme recuperate dall’inizio dell’anno ad oggi. Sin dal principio si erano attribuiti i resti ad un militare del 1915-18, fatto poi non convalidato dall’analisi necroscopica, da questa si desume che l’individuo alla morte era in età compresa tra i 15 e 16 anni, ma in merito abbiamo dati certi che l’esercito austro ungarico non impiegava in prima linea giovanissimi volontari, tanto meno ciò succedeva in quello Italiano. Un caso strano quindi che approfondiremo con particolare attenzione”...

Giovanni Dalle Fusine

 

Grande Raccolta di reperti, uniformi, oggettistica e materiale bellico

Il Museo della Grande Guerra di Canove, VIIl Museo della Grande Guerra 1915-1918 di Canove (VI) e il Museo Storico delle Truppe Alpine di Trento, si sono attivati per fungere da punto di raccolta per reperti, manufatti, oggettistica militare, uniformi e quant'altro, recuperati o ritrovati sui campi di battaglia Italiani ed Esteri.
I suddetti Musei sono pertanto ufficialmente preposti ed impegnati a catalogare, conservare ed esporre il suddetto materiale, che trova la sua vera e giusta collocazione nelle prestigiose sale espositive di queste importanti realta' italiane.Il Museo Storico delle Truppe Alpine di Trento

Esortiamo dunque tutti coloro che hanno raccolto questo genere di materiali dai campi di battaglia o che lo hanno ritrovato nei vecchi bauli in soffitta o ereditato da parenti scomparsi, a contattare i due musei per contribuire concretamente alla salvaguardia della memoria storica del nostro Paese e di tutti coloro che si sacrificarono per ideali universali di pace, amore e prosperita'.

PER ULTERIORI INFORMAZIONI CONTATTARE:
Giancarlo Albertin, al 347 79 100 18




 

 

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